Se giochi a calcio metti in conto che i tifosi avversari possano fischiarti. Fa parte del gioco. Ma si può parlare di gioco se, dagli spalti, sono i tuoi tifosi a fischiarti e urlarti contro solo perché il colore della tua pelle è diverso dal loro? Akeem Omolade era un giovanissimo calciatore del Treviso quando, una domenica di fine maggio, fu accolto da cori razzisti lanciati dai suoi stessi supporters. Quelle urla indignarono tutti: tifosi avversari, stampa, sponsor e compagni di squadra. Ma a quelle offese bisognava rispondere in modo intelligente e, soprattutto, facendosi notare.
Se giochi a calcio metti in conto che i tifosi avversari possano fischiarti. Fa parte del gioco. Ma si può parlare di gioco se, dagli spalti, sono i tuoi tifosi a fischiarti e urlarti contro solo perché il colore della tua pelle è diverso dal loro? Akeem Omolade era un giovanissimo calciatore del Treviso quando, una domenica di fine maggio, fu accolto da cori razzisti lanciati dai suoi stessi supporters. Quelle urla indignarono tutti: tifosi avversari, stampa, sponsor e compagni di squadra. Ma a quelle offese bisognava rispondere in modo intelligente e, soprattutto, facendosi notare.
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Se giochi a calcio metti in conto che i tifosi avversari possano fischiarti. Fa parte del gioco. Ma si può parlare di gioco se, dagli spalti, sono i tuoi tifosi a fischiarti e urlarti contro solo perché il colore della tua pelle è diverso dal loro? Akeem Omolade era un giovanissimo calciatore del Treviso quando, una domenica di fine maggio, fu accolto da cori razzisti lanciati dai suoi stessi supporters. Quelle urla indignarono tutti: tifosi avversari, stampa, sponsor e compagni di squadra. Ma a quelle offese bisognava rispondere in modo intelligente e, soprattutto, facendosi notare.